In caso di separazione in comune, l’accordo non può prevedere l’assegno di mantenimento, né alcun tipo di disposizione patrimoniale

Il TAR Lazio, con la sentenza 7 luglio 2016 n. 7813, si è pronunciato sul ricorso presentato dall’AIAF – Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori e dall’associazione Donna chiama donna – Onlus, dichiarato illegittima, annullandola, la Circolare n. 6 del 24 aprile 2015 del Ministero dell’Interno in tema di separazione in comune e assegno di mantenimento.

Tale circolare aveva interpretato l’art. 12 della legge 162/2014 nel senso di consentire accordi di separazione, divorzio, o modifica delle condizioni innanzi all’Ufficiale dello stato civile, che includessero assegni periodici di mantenimento.

Secondo le associazioni ricorrenti, il divieto di accordi a carattere patrimoniale contenuto nella legge ha come scopo quello di tutelare i soggetti coinvolti nell’accordo poiché, essendo il procedimento di separazione in comune molto semplificato, non c’è alcun controllo nel merito dell’accordo ed è prevista solo come facoltativa la presenza dell’avvocato.

Al fine di evitare, quindi, accordi potenzialmente lesivi di diritti fondamentali dei coniugi, l’art. 12 della legge 162/2014 aveva escluso qualsiasi patto “di trasferimento patrimoniale”.

Proprio perché la legge parla di “trasferimento” e non di accordo patrimoniale, era stato sollevato il quesito da parte delle Amministrazioni circa l’interpretazione della disposizione di legge e il Ministero dell’Interno, con la circolare n. 19/2014, aveva specificato che l’art. 12 esclude qualunque valutazione di natura economica o finanziaria nella redazione dell’atto di competenza dell’Ufficiale giudiziario.

Pertanto, l’accordo contenente clausole con carattere dispositivo sul piano patrimoniale, come ad esempio l’uso della casa coniugale, l’assegno di mantenimento e qualunque altra utilità economica tra i coniugi, non poteva essere accettato dall’Ufficiale dello stato civile.

Tuttavia, in seguito il Ministero aveva emanato un’altra circolare, modificativa dell’interpretazione precedente che è andata a modificare il suddetto orientamento.

La circolare n. 6 del 24 aprile 2015 ha, infatti, fornito una nuova interpretazione della locuzione “patti di trasferimento patrimoniale”, specificando che doveva ritenersi escluso l’accordo di corresponsione dell’assegno periodico in un’unica soluzione c.d. una tantum, mentre era invece consentita la previsione di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico, sia nel caso di separazione consensuale per l’assegno di mantenimento, sia nel caso di richiesta congiunta di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, per l’assegno divorzile e infine, nell’ambito della modifica delle precedenti condizioni di separazione o di divorzio già stabilite con revoca o revisione quantitativa dell’assegno.

A detta del TAR del Lazio, questo tipo di interpretazione sarebbe illegittimo e avrebbe carattere innovativo rispetto alla norma di legge cui fa riferimento.

Secondo quanto dedotto dalle ricorrenti, l’interpretazione estensiva o manipolativa dell’art. 12 è in contrasto anche con l’art. 24 Cost., per violazione del diritto alla difesa di quei soggetti che, trovandosi in posizione di debolezza o soggezione verso il proprio coniuge o verso l’ambiente sociale in cui vivono, potrebbero essere costretti ad accordi patrimoniali lesivi dei propri interessi, in un ambito procedimento nel quale mancano adeguate garanzie di tutela poiché l’Ufficiale di stato civile non può “entrare nel merito della somma consensualmente decisa, né della congruità della stessa”.

Infine, la circolare sarebbe stata emanata in violazione art. 17 della legge n. 400/1988 e sarebbe nulla per carenza assoluta di potere o eccesso di potere per incompetenza, in quanto l’atto idoneo a produrre effetti normativi esterni all’Amministrazione e innovativo dell’ordinamento giuridico è la circolare-regolamento che ha diversi requisiti procedurali, formali e sostanziali.

Il TAR ha quindi accolto il ricorso, dichiarando errata la posizione assunta al riguardo dal Ministero dell’Interno circa l’interpretazione della norma in esame, che invece ha portata ampia e omnicomprensiva.

La legge comprende ogni ipotesi di trasferimento patrimoniale, siano beni ben individuati o una somma di denaro, poiché in ogni caso si determina un accrescimento patrimoniale nel soggetto in favore del quale il trasferimento è eseguito.

Esso può avvenire una tantum, in un’unica soluzione, o mensilmente o comunque periodicamente, e tuttavia la modalità stabilita non vale a modificare la natura dell’operazione, che rimane sempre quella di trasferimento patrimoniale.

La sentenza conferma, inoltre, che la previsione di cui all’art. 12 è conforme alla ratio che consente il ricorso alla procedura semplificata di separazione in comune, di divorzio o di modifica delle condizioni dell’una o dell’altro, che è quella di agevolare l’iter per pervenire a tale risultato, ma solo in presenza di condizioni che non danneggino i soggetti deboli.