Cassazione, l’utilizzo di internet per scopi propri da parte del dipendente in orario di lavoro non può essere causa di licenziamento

Il 2 novembre 2015 la Corte di Cassazione ha dichiarato non può essere causa di licenziamento l’utilizzo, da parte di un lavoratore, della casella di posta elettronica, né può esserlo l’aver navigato in internet per propri scopi durante l’esecuzione della prestazione lavorativa.

La causa di licenziamento è consistita nel fatto che il dipendente non aveva osservato le disposizioni aziendali con le quali, in più occasioni, si invitava il personale “ad un uso più attento della strumentazione aziendale” la cui violazione avrebbe integrato “la violazione del dovere di obbedienza previsto all’art. 2104 c.c.”.

Il datore di lavoro ha specificamente contestato l’installazione sul computer personale, affidato al dipendente e di proprietà aziendale, di programmi coperti da copyright e di software tali da comportare un uso improprio dello strumento, anche perché attuato in aperta violazione dell’art. 64 della legge n. 633/1941, con il rischio di una responsabilità civile del datore di lavoro.

Pur essendo stati accertati in corso di causa sia l’installazione di file di natura multimediale, che nulla avevano a che vedere con l’attività lavorativa, che di programmi coperti da copyright, è risultato comunque difficile quantificare il tempo sottratto all’orario di lavoro e dedicato dal dipendente a navigare in internet e ad utilizzare per scopi propri la posta elettronica.

La Cassazione ha, quindi, ritenuto insussistente la particolare gravità del fatto contestato, non costituendo lo stesso un’ipotesi di licenziamento per  giusta causa, atteso che il comportamento del dipendente non ha prodotto una significativa riduzione dell’attività lavorativa e, comunque, tale da configurare, come affermato dall’azienda “un blocco del lavoro con conseguente danno grave per l’attività produttiva”.

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