ll datore di lavoro è tenuto al risarcimento danni derivanti dall’amianto anche se il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti tale sostanza

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22710/2015, ha condannato al risarcimento danni l’imprenditore che per imperizia ha ignorato la pericolosità delle fibre dell’amianto pur essendo conosciuta da tempo la dannosità di tale sostanza, ben prima della specifica normativa in materia (D.P.R. 10 febbraio 1982 n. 15).

In tal modo è stato riconosciuto il diritto al risarcimento agli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico, contratto nell’esercizio dell’attività lavorativa svolta dal 1955 al 1982.

L’uso di materiali contenenti amianto, infatti, era sottoposto a particolari cautele già prima di tale disciplina del 1982.

Il datore di lavoro avrebbe, dunque, dovuto accertare l’adozione di tutte le misure idonee a ridurre il rischio connaturale all’impiego di materiale contenente amianto, in quanto egli è tenuto ad adottare provvedimenti che garantiscano la sicurezza sul lavoro. Tali provvedimenti ,devono tenere conto della natura delle polveri e della loro concentrazione, cioè devono avere caratteristiche adeguate alla pericolosità delle polveri.

In questo caso, avrebbe dovuto adottare atti diretti ad impedire o ridurre, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione dell’amianto nell’ambiente di lavoro.

Nel caso sottoposto alla Suprema Corte è stato ritenuto irrilevante che all’epoca dei fatti di causa non si sapesse che anche singole fibre d’amianto inalate potevano essere letali; è stato invece rilevante il mancato assolvimento della prova liberatoria da parte del datore di lavoro; si tratta infatti di responsabilità contrattuale per omessa adozione delle opportune misure di prevenzione atte a preservare l’integrità psico-fisica del lavoratore nel luogo di lavoro, pur tenendosi conto della concreta realtà aziendale e del rischio conosciuto da tempo.

Il datore di lavoro avrebbe dovuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, attraverso l’adozione di cautele previste in via generale e specifica dalla normativa già esistente prima del 1982, che prevedeva, a titolo esemplificativo, il ricambio d’aria, la riduzione al minimo il sollevamento di polvere nell’ambiente mediante aspiratori, evitare l’accumulo delle sostanze nocive, adibire locali separati per le lavorazioni insalubri, difendere l’aria dagli inquinamenti con prodotti nocivi specificamente mediante l’uso di aspiratori, apparecchi di protezione per i lavoratori, ecc..

È l’art. 2087 c.c. a sanzionare l’omessa predisposizione, da parte del datore di lavoro, delle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale, della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico.

Per di più, la Corte ha ricordato che l’asbestosi, malattia provocata da inalazione da amianto, era conosciuta fin dai primi del ‘900 e fu inserita tra le malattie professionali con la legge 12 aprile 1943 n. 455.

Pertanto, è irrilevante il fatto che l’introduzione delle norme specifiche sia stata successiva al periodo della contaminazione nel rapporto di lavoro, perché l’intrinseca pericolosità delle fibre di amianto era conosciuta da tempo e sulla parte datoriale grava l’onere della prova di aver adottato adeguate cautele.

Scarica il DEPLIANT “DIRITTO DEL LAVORO”

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: