Per utilizzare un impianto di videosorveglianza dei lavoratori in azienda non è sufficiente far sottoscrivere ai dipendenti una nota di consenso

In materia di videosorveglianza dei lavoratori, lo Statuto dei Lavoratori prevede una pena nell’ipotesi di installazione o impiego illegittimo di impianti di videosorveglianza o di controllo a distanza dei dipendenti che consiste, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, nell’ammenda da 154 euro a 1.549 euro o arresto da 15 giorni a 1 anno.

Nei casi più gravi le pene dell’arresto e dell’ammenda sono applicate congiuntamente. Quando, per le condizioni economiche del datore di lavoro, l’ammenda stabilita può presumersi inefficace, anche se applicata nel massimo, il giudice ha facoltà di aumentarla fino al quintuplo.

Tra le violazioni caratterizzate da maggiore gravità si possono citare le seguenti ipotesi:

  1. a) l’installazione di telecamere fisse che inquadrino esclusivamente l’attività svolta dai lavoratori o i luoghi adibiti esclusivamente al godimento della pausa, nonché alla consumazione del pasto da parte degli stessi;
  2. b) l’assenza di esigenze organizzative, produttive, di sicurezza del lavoro e di tutela del patrimonio aziendale che rendano necessaria l’installazione dei suddetti strumenti di controllo a distanza;
  3. c) l’installazione di tali impianti a totale insaputa del lavoratore;
  4. d) l’installazione di sistemi di controllo che, considerata la relativa collocazione ovvero la specifica funzionalità, siano in grado di raccogliere in via prevalente i dati c.d. “sensibili” del lavoratore così come individuati dal Codice della Privacy;
  5. e) tutte quelle circostanze che non solo hanno messo in pericolo la libertà individuale del lavoratore, ma che hanno altresì comportato un effettivo danno allo stesso, quali, ad esempio, le registrazioni e/o l’utilizzazione (a qualunque fine) delle immagini riprese dai sistemi audio-visivi installati dal contravventore.

In merito agli aspetti sanzionatori applicabili si è espresso il Ministero del Lavoro, con la Nota n. 11241 del 1° giugno 2016, nella quale ha fornito alcuni chiarimenti, circa le procedure da applicare in caso di accertamento, da parte degli organi di vigilanza dell’installazione di impianti di videosorveglianza dei lavoratori, dai quali possa derivare anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori in orario di lavoro, privi del prescritto accordo sindacale o dell’autorizzazione da parte della Direzione del Lavoro territorialmente competente. Nella Nota viene chiarito che si può ritenere violata la norma anche per il solo fatto di aver installato le apparecchiature senza averle successivamente attivate.

Addirittura, il Ministero evidenzia la possibilità di sanzionare l’azienda anche qualora vengano montate, senza le prescritte regole, telecamere “finte” montate al solo scopo dissuasivo.

L’ispettore, una volta verificata l’installazione di impianti di videosorveglianza dei lavoratori a fronte di un mancato accordo con le organizzazioni sindacali ovvero in assenza dell’autorizzazione rilasciata da parte della Direzione del Lavoro, deve impartire una prescrizione al fine di far cessare la condotta illecita e far rimuovere gli impianti audiovisivi stessi.

Tali adempimenti, una volta effettuati, potranno eliminare la contravvenzione accertata.

All’interno del verbale ispettivo dovrà essere altresì fissato un termine per il ripristino della legalità e, quindi, per la rimozione degli impianti illegittimamente installati. Il termine dovrà essere “congruo”, in ragione dell’effettivo tempo tecnico realmente necessario per la disinstallazione degli impianti audiovisivi.

Al fine di limitare la sanzione penale, l’azienda potrà, nel frattempo, siglare l’accordo sindacale o richiedere il rilascio dell’autorizzazione ministeriale.

Occorre sottolineare che per utilizzare un impianto di videosorveglianza in azienda non è sufficiente far sottoscrivere ai lavoratori dipendenti una nota di consenso, in quanto il consenso espresso dai lavoratori è materia del Codice Privacy.

In generale le misure prescritte nei provvedimenti del Garante devono essere osservate da tutti i titolari di trattamento. In caso contrario il trattamento dei dati è, a seconda dei casi, illecito oppure non corretto

Per concludere gli aspetti sanzionatori si accenna solo che anche il Codice penale è intervenuto in merito alla videosorveglianza.

Infatti nell’art. 615-bis cod. pen. “Interferenze illecite nella vita privata”, è stabilito che “Chiunque mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614 (“Violazione di domicilio”, ndr), è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo”.